Capitolo 3 – Scherzi da Preti. Categoria highlander

«Io sono il potere assoluto». Scherza il professor Preti. Ma come si dice in un posto lontano da Brescia, «si muzzica a lingua». Cioè nello scherzo dice un pezzo di verità. Di nome fa Augusto. Così come il Senato romano diede l’appellativo di Augusto a Cesare Ottaviano nel 27 avanti Cristo, allo stesso modo i genitori del futuro rettore dell’università di Brescia, pur non immaginando una vita maestosa, sacra e insigne dietro una cattedra, lo battezzarono anch’essi Augusto. Preti Augusto, 67 anni, è “imperatore” da 25. Cinque lustri: dal 7 novembre 1983, cioè da quando si trasferì da Milano a Brescia. È in carica quasi dal primo giorno della nascita dell’ateneo che non ha mai cambiato il Magnifico perché per il primo anno accademico l’università fu retta da un comitato tecnico amministrativo presieduto dal professor Attilio Gastaldi. Quando l’Augusto Preti mise il primo piede dentro l’università aveva una indennità pari a 71 mila sesterzi all’anno, pardon lire, per arrivare ai 60-65 mila euro di oggi. E parliamo di sola indennità. Ma ci tiene a sottolineare che non guadagna più del suo direttore amministrativo.
Qual è il segreto di tale longevità? «Il segreto è che sono il migliore. E poi sono amato dai miei studenti». Oppure sarà merito di quella bella camminata che Augusto fa prima di entrare nella “Sua” università ogni santa mattina che Dio manda in terra. Ma non ha manie di grandezza il professore. No. Ad esempio, ha solo tre segretarie personali. Cosa volete che sia di fronte alle otto del Magnifico di Siena? Questi sono atteggiamenti umili, altro che “augustei”. È giunto così all’ottavo mandato consecutivo. Un record che ne fa il decano dei rettori della Crui. L’ultima volta, nel 2006, Augusto Preti è stato confermato con 306 voti dei 434 aventi diritto. L’ordinario di Biochimica, per essere rieletto, era obbligato dallo Statuto ad ottenere al primo turno almeno i due terzi dei voti degli aventi diritto: 290 su 434. In caso contrario non sarebbe più stato rieleggibile. I votanti complessivi furono 392, le schede nulle 22, quelle bianche 55, altri 9 voti sono andati distribuiti su diversi nominativi. E lui ce l’ha fatta con 16 voti in più. Un plebiscito! Che si ripete nel tempo: nel 1986, 1989, 1992, 1995, le precedenti rielezioni con mandati triennali, poi nel 1998 e nel 2002 quelle della durata di un quadriennio. Ma come è possibile che questo sia accaduto? I meccanismi previsti dallo Statuto sono quantomeno curiosi. C’è scritto chiaramente che il rettore dura in carica 4 anni e non può svolgere più di due mandati consecutivi. Salvo prevedere qualche riga più avanti che un rettore con due mandati può “tuttavia” ottenere il terzo se eletto dalla maggioranza assoluta degli aventi diritto al voto già alla prima votazione. I mandati diventano infiniti se al primo scrutinio il rettore ottiene i due terzi dei voti. «Io non mi sono mai candidato!» Benedica!
E ha avuto otto mandati? «Non mi ricordo».
Non si ricorda. Certo ha perso il conto.
E allora gli altri rettori che dopo due mandati se ne vanno a casa? «Beati loro!» mi risponde lamentoso. Adesso la scadenza del mandato è il 2010. Ma la pensione incombe.
«Io sono nuovo» rischerza il Magnifico
Imperatore. «I miei studenti mi amano. E sa perché? Non sono un millantatore ma una persona che pratica l’onestà».
E dopo di lei? «Sono sicuro che mi succederà un altro migliore di me».
Ma si è accontentato solo di fare il rettore? Ovviamente no. Tra il 1982 e il 1983 (clamorosamente solo per un annetto) è stato direttore del dipartimento di Scienze biomediche e Biotecnologie della “Sua” università. È stato direttore della Scuola di Specializzazione in “Biochimica e Chimica Clinica” della facoltà di Medicina e Chirurgia della “Sua” università per quasi dieci anni. Coordina dal 1987 il Dottorato di Ricerca in “Biotecnologie cellulari e molecolari applicate al settore biomedico” che ha sede amministrativa presso la “Sua” università. Dal 1990 è presidente del “Centro di Studio e Ricerca sulle (‘Sue’) Malattie Ereditarie” della “Sua” università e presiede il “Centro di Studio e Ricerca sulla Terza Età” della “Sua” università dal 1990.

Al telefono:

Professore, lei è sempre in ateneo, mi domando cosa ne pensa la sua dolce metà.
Che sono sempre qui dice mia moglie».
Ma non è del tutto vero, però, visto che trova anche il tempo di “Fare Testamento” a favore della Fondazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. Insomma anche il testimonial. Su Internet, infatti, c’è la sua bella faccia accanto a quella di personaggi famosi del calibro di Marcello Lippi, Sandra e Raimondo Vianello, Salvatore Accardo, Renzo Piano e Carlo Azeglio Ciampi. Diavolo d’un Preti.
«Venga a trovarmi a Brescia. Così le faccio vedere la mia università. E mi raccomando, nello scrivere tenga presente la dignità delle persone».
D’accordo, ci verrò professore, e in quanto alla dignità mi ispirerò alla sua condotta. Ma mi faccia fare un’ultima domanda: lei non ha parenti in università, vero?
«Certo che ce l’ho. Ho un figlio. Marco è ricercatore nella facoltà di Ingegneria».
E lei non l’ha aiutato?
«Certo che l’ho aiutato». (Meglio non indagare).
Quanti figli ha?
«Ho tre figli maschi».
E come mai solo uno è dentro l’università?
«Be’ sa, gli altri erano stupidi».

Capitolo 1 – I RECORD NELL’UNIVERSITÀ ITALIANA

A Napoli c’è Galdiero, il recordman. Categoria figli

Michael Phelps, il nuotatore statunitense, è soprannominato "il cannibale di Baltimora". Nell’ultima Olimpiade di Pechino ha portato a casa ben otto medaglie d’oro. Ma se esistessero le olimpiadi di "Parentopoli", il Michael Phelps corrispondente si chiamerebbe Francis Galdier. Al secolo Francesco Galdiero. Potrebbe essere lui il "cannibale del Golfo di Napoli". Le sue medaglie d’oro sarebbero ben quattro e si chiamerebbero Massimiliano, Marilena, Emilia e Stefania. Solo quattro perché Roberta, la quinta e ultima figliuola del professore, dopo la laurea non ha scelto la carriera universitaria. Francesco Galdiero è ordinario alla Seconda università di Napoli nella facoltà di Medicina e Chirurgia. Nel cuore del centro storico napoletano, nella stessa università, nella stessa facoltà e nello stesso dipartimento lavorano i figli Massimiliano, 40 anni, ordinario anche lui e Marilena, 42 anni, associato non confermato. Per ora.
Emilia, 44 anni e Stefania Galdiero, 39 anni, invece hanno deviato un po’ dalla via paterna e fraterna. Ma solo un po’. Infatti, Francesco Galdiero ha dovuto accettare che le due pargole, Emilia e Stefania, si dedicassero alle Scienze matematiche fisiche e naturali. E, sgarbo maggiore, distanti dalle stanze di papà, nella più antica università statale laica del mondo: la lontanissima Federico II. Sempre a Napoli ma tre chilometri più in là. Qui fanno entrambe le ricercatrici. Francesco Galdiero, a settant’anni, la quinta medaglia l’ha solo sfiorata. Roberta, l’ultima dei cinque figli Galdiers, dopo aver concluso gli studi universitari, come dice papà, «ora fa radiologia. È ospedaliera».
Professore lei è un caso unico.
«Ma me lo sta chiedendo perché vuole fare uno scoop»?
No, professore, quale scoop. È solo una verifica…
«Guardi che i miei due figli, tra tutti i microbiologi che ci sono a Napoli, sono gli unici che sono stati all’estero. Mio figlio Massimiliano, a Cambridge per cinque anni: lì ha una produzione internazionale sulle migliori riviste straniere che si può controllare anche su Internet…»
E Marilena invece?
«Marilena ha studiato a Londra. Stefania è stata alla Columbia University dove ha riscosso successi su successi. È autrice di numerose pubblicazioni».
Ed Emilia?
«Emilia fa Igiene».
E l’ultima si chiama Roberta.
«Quindi lei tiene tutte le informazioni…» constata ridendo il professore.
Be’, qualcuno mi ha scritto e l’ha paragonata a…
E lui subito: «A un Barone?»
No, peggio professore: "al cannibale di Baltimora". A Phelps. Conosce? Sfido, quattro figli su cinque all’università. Chi non la conosce, e che non sa che hanno anche studiato a Londra, cosa deve pensare?
«Se viene scritto il fatto semplice, così… ognuno può pensare quello che vuole. E pensano tutti al male! Ma se si vanno ad analizzare i "curricula" e le attività oppure come sono arrivati… Io non ho potere accademico forte in Italia. Anzi ho combattuto contro tutti, e con tutto ciò, loro sono arrivati». Ma non credo che ci siano altri casi paragonabili al suo.
«Certo ci sono. Come no!»
E dove? Sempre a Napoli?
«No. In tutta Italia. Ma come il mio intendo! Cioè con i figli bravi e validi. Io fin da piccolo sono cresciuto in un clima di pensiero, di ricerca, di passione per la natura. Questo ha comportato che anche io, a mia volta, in famiglia ho sempre parlato e discusso di problemi di questo genere. E allora questo ha creato…»
Una forma mentis?
«Sì. È una forma mentis!»

Le malelingue dicono che ha trasformato l’università in una seconda casa. Ad esempio io stesso quando ho chiamato per cercarla, al suo numero di telefono, non ho potuto fare a meno di notare che ha risposto suo figlio Francesco. «E certo, sa com’è, stiamo tutti in una stanza qui. Non è che… »
Cioè tutti insieme? Lei, Francesco e Marilena: tutti in una stanza?
«In due stanze. Il problema è che noi non apparteniamo al "gruppo di potere". È stata, invece, la preparazione che ho fatto nel tempo di questi ragazzi, a permettere loro di arrivare a quello a cui sono arrivati».
I suoi figli hanno studiato nelle migliori università del mondo. Poi però insegnano nell’università italiana che non vanta alcun ateneo tra i primi cento al mondo.
«Ma per questo sono sprecati!»
E perché accade questo? Forse perché qualcuno ha truccato qualche concorso? E hanno fatto vincere qualcuno che magari non se lo meritava…, no?
«E su questo mi pare che non ci sono dubbi. Questa non è una cosa che bisogna accettare o non accettare. E io sono uno di questi. È sotto gli occhi di tutti».
Ma quando i suoi figli hanno preso parte ai loro concorsi, lei non ha messo una buona parola?
«E non ce n’era bisogno. I titoli erano tali…»
Nessuno dei suoi figli ha detto: papà non è che qualcuno finisce col pensar male?
«Il pensare male esiste sempre. Il problema è trovare il modo di giudicare effettivamente e come si deve».
Professore, la notizia però è questa: lei è il recordman. Anche se i suoi figli sono tutti bravi. Per non dire poi che lei stesso merita una medaglia già solo per aver fatto cinque figli in un paese come l’Italia a crescita quasi zero. È un recordman o no, professore?
«Sì».
Ci sono altri che possono vantare quattro figli all’università e due addirittura nello stesso dipartimento?
«Be’, potrebbe essere un record, se visto sotto certi aspetti. Ma non esiste!»
Dal punto di vista, come dire, sociologico, com’è passare tutta la vita con questi ragazzi? Prima se li ritrovava a casa e poi se li è ritrovati in università.
«Guardi, si finisce sempre col parlare di università. Abbiamo sempre dei grossi problemi da discutere».
E Roberta? L’ultima figlia?
«Roberta ha visto che piega aveva preso l’università… e non ha voluto rimanere!»
E che piega ha preso?
«Quella dell’ospedale».
No, sua figlia. Che piega ha preso l’università?
«E c’è bisogno che glielo dico io?»