Dissequestrati i laboratori di Farmacia a Bari

Vi ricordate il sequestro dei 50 laboratori di farmacia a Bari il 2 aprile scorso? Bene, il gip Giulia Romanazzi del tribunale di Bari ha disposto la rimozione dei sigilli nelle stanze dei dipartimenti farmacobiologico e farmacochimico.  Questo dissequestro è stato deciso per consentire all’Università di procedere agli adeguamenti indicati dal Nas e  dai tecnici della Asl e del Servizio prevenzione e sicurezza  negli ambienti di lavoro (Spesal).

Le indagini sono coordinate dal pm Francesca Romana Pirrelli, che ha chiesto ai militari di  acquisire le generalità dei capi dei due dipartimenti. Nell’inchiesta è indagato il rettore dell’Università di  Bari, Corrado Petrocelli che ha ereditato, insieme al rettorato anche questa situazione disastrosa. Questo perché i laboratori non dispongono del documento di valutazione dei rischi a cui vanno incontro coloro che utilizzano i locali. In quelle stanze sono custodite sostanze cancerogene. 

Quindi le segnalazioni degli studenti,  i quali avevano inviato anche missive al  ministero della Salute evidenziando tra l’altro di non sapere quali precauzioni prendere quando sono al lavoro nei laboratori, hanno sortito un primo effetto. Tutto questo per prevenire quello che è successo invece a Catania. La storia la trovate sul post appena più in giù…

Ma deve intervenire la magistratura per far rispettare le norme sulla  sicurezza nelle università italiane (decreto legislativo 81 del 2008)?

BOLOGNA, IL TAR ANNULLA UN CONCORSO PER RICERCATORE

E’ vero che siamo abituati alle "notizie criminis", è vero anche che "tutti siamo innocenti fino a sentenza definitiva" ma non per questo bisogna assuefarsi al clima creato dai difensori d’ufficio dell’università italiana, che affermano solennemente che la nostra "bene e amata" massima istituzione della cultura nazionale non è tutta "corrotta e immorale" e che, dunque, facciamo male a parlarne peggio.
Embe? E allora? Perché ‘ sto preambolo?
Perché, tenetevi pronti… è l’università stessa, anzi i suoi maggiori interpreti a costrigerci a parlarne male. Attenzione, battaglione di untori degli atenei italici, riempitevi la bocca. Eccovi dunque la notizia che "uora uora " è giunta nelle redazioni dei quotidiani italiani. E’ un "lancetto" dell’agenzia Adnkronos.
Eccovi le prime tre righe:
 
Il Tar dell’Emilia-Romagna ha annullato il concorso del 19 marzo 2008 per ricercatore bandito dalla
facoltà di Farmacologia dell’Universitá di Bologna e finito al centro di un’inchiesta della Procura felsinea perché si presume sia stato pilotato.
Ma va? Concorsi pilotati? Nell’università italiana? Ma come vi salta in mente? Sentiamo un po’ se è plausibile…
A presentare il ricorso alla giustizia amministrativa e un esposto in Procura che ha dato il là all’inchiesta penale sono stati due candidati che non avevano apprezzato il trattamento riservato alla candidata che poi è risultata vincitrice. L’inchiesta del pm Antonello Gustapane ipotizza il falso ideologico e materiale, l’abuso di ufficio e per uno dei quattro indagati anche la concussione.
Come come? Concussione?
 
Gli indagati sono i tre membri della commissione e la candidata risultata vincitrice. Per il professor Ottavio Gandolfi, direttore del dipartimento di Farmacologia e ordinario alla facoltà di Medicina, nonchè presidente della commissione, c’è anche la concussione perché secondo l’accusa avrebbe fatto pressioni sui candidati perdenti per evitare il ricorso. In base alla denuncia dei due ricorrenti la vincitrice del concorso, il cui nome girava già prima della fine dello stesso, avrebbe fatto totale scena muta durante la prova orale. I commissari la invitarono a calmarsi e a ripetere la prova più tardi. Ma secondo l’esposto anche il secondo orale sarebbe stato modestissimo nonostante la candidata sia poi risultata vincitrice.
Girava il nome del vincitore? Sarebbe la prima volta!
 
Nei giorni scorsi il magistrato ha sentito come persone informate dei fatti il rettore dell’Università, Pier Ugo Calzolari, e i professori ordinari di Farmacologia, Gian Luigi Biagi, Nicola Montanaro e Fabrizio De Ponti. Al pm il rettore ha spiegato di aver bloccato la prova orale disponendone la ripetizione prima ancora che la giustizia amministrativa e penale si muovessero. Con un decreto rettorale del 18 settembre 2008, Calzolari ha congelato la decisione della commissione disponendo la ripetizione della prova orale per tutti i candidati prevista per il 20 ottobre. Una scelta che però non ha trovato concordi i due candidati che poi si sono rivolti alla magistratura. Oltre ad annullare il concorso, il Tar ha anche condannato l’Univerità a pagare le spese processuali.
Ora le spese le paga l’università. Quindi noi! Ma il popolo italiano quando chiederà un risarcimento?

A Bari sequestrati 50 laboratori della facoltà di Farmacia

L’Ansa del 2 aprile alle 19.38 ci dà notizia che 50 laboratori dei dipartimenti  farmacobiologico e farmacochimico della facoltà di farmacia dell’università di Bari sono stati sequestrati dai carabinieri  del Nas per violazione della legge sulla sicurezza nei luoghi di  lavoro (decreto legislativo 81 del 2008). Il sequestro sarebbe stato deciso perché i laboratori non dispongono del documento di valutazione dei rischi a cui vanno incontro coloro che utilizzano i locali nei quali sono custodite sostanze cancerogene (e nelle altre università si conoscono questi rischi? Esistono questi documenti di valutazione?). Il rettore dell’università, Corrado Petrocelli (quello che, come scrivo in "Parentopoli" mi ha inviato una lettera dicendo di non avere parenti in università per poi scoprire che invece tiene mogliera…) è stato denunciato alla procura della Repubblica (questo però mi sembra un atto dovuto…). I controlli sono stati disposti dopo la segnalazione degli studenti che hanno anche inviato missive al ministero della Salute evidenziando anche di non sapere quali precauzioni prendere quando sono al lavoro nei laboratori. Il sequestro è stato compiuto dai militari dell’Arma in collaborazione con  tecnici dello Spesal della Asl. L’indagine è affidata al sostituto procuratore del tribunale di Bari Francesca Romana Pirrelli.

Ma perché questa notizia è importante? Ecco basta leggere questa storia ambientata nell’università di Catania… e 4 morti sospette!

IL LABORATORIO DELLA MORTE

Maria Concetta Sarvà, Agata Annino, Giovanni Gennaro erano tutti giovani ricercatori dell’Università di Catania. Passavano giornate intere dentro un laboratorio del dipartimento di Farmacia. Emanuele Patanè, detto Lele, 29 anni, laureato con 110 e lode li conosceva tutti perché aveva lavorato con loro e, uno ad uno, li aveva visti andare via. Maria Concetta era entrata in coma mentre era a lavoro ed era morta pochi giorni dopo; Agata era stata stroncata da un tumore all’encefalo; Giovanni, il tecnico di laboratorio, era stato ucciso anche lui da un tumore. Poi c’era stata un’altra ricercatrice, incinta, che aveva perso il bambino al sesto mese di gravidanza per mancata ossigenazione.
In quel laboratorio, però, Lele non aveva visto solo i suoi colleghi morire. Sotto i suoi occhi c’erano anche l’acetato d’etile, il cloroformio, l’acetonitrile, il diclorometano, il metanolo e il benzene, con vapori e fumi maleodoranti e reflui smaltiti male. Tutte le sostanze che si usavano per gli studi erano sempre lì a portata di mano, sui banconi o sistemate in secchi e in due frigoriferi arrugginiti. A completare il laboratorio, una stanza di 120 metri quadri, c’erano due cappe di aspirazione vecchie e insufficienti, tre porte e tre finestre non apribili.
Lele l’aveva detto ai suoi genitori e alla sua fidanzata, aveva capito che quel posto sarebbe stato la sua tomba e l’aveva scritto nero su bianco sul suo diario. Nel 2003 il nome di Lele è andato ad aggiungersi a quelli dei suoi colleghi, è morto di tumore ai polmoni, quella stanza è stata soprannominata il laboratorio della morte e il suo diario è finito fra gli atti dell’inchiesta della Procura di Catania. Agli inizi di novembre del 2008, infatti, il laboratorio della facoltà di Farmacia dell’ateneo catanese è stato sequestro e chiuso immediatamente. Nello stesso momento sono stati notificati nove avvisi di garanzia: uno è arrivato sulla scrivania dell’ex rettore dell’università e deputato dell’Mpa Ferdinando Latteri, un altro al preside della facoltà Angelo Vanella e altri sette tra docenti e responsabili di laboratorio. Per tutti l’accusa ipotizzata è di disastro colposo e inquinamento ambientale. Successivamente, con la denuncia dei familiari di Emanuele Patanè, si è aggiungono altre ipotesi di reato: omicidio colposo plurimo e lesioni per cinque morti e dodici ammalati. L’indagine ha infatti accertato che, in quel laboratorio, venivano quotidianamente smaltite sostanze chimiche e tossiche attraverso gli scarichi dei lavandini. Nessuno però si è mai preoccupato dei danni che queste sostanze stavano lentamente procurare ai ragazzi che in quella stanza ci lavoravano e studiavano.
Il 7 novembre 2008 sul bollettino d’ateneo dell’università di Catania c’era questo avviso
:
Si avvisano gli studenti e il personale interessati che tutte le attività didattiche e scientifiche che si tengono nei locali dell’Edificio 2 della Città universitaria (Facoltà di Farmacia, Scienze matematiche fisiche e naturali, Medicina e chirurgia) sono sospese a partire da domani, sabato 8 novembre, fino a sabato 15 novembre per indisponibilità della struttura.

Questo annuncio è stato il primo segnale d’allarme. Il giorno stesso infatti, sul forum degli studenti di Farmacia iniziavano a circolare le prime notizie e i primi allarmismi. Alle 11 di quella mattina Studente Ctf scrive:
“Delle voci inquietanti mi sono arrivate ieri sera, all’assemblea d’ateneo; pare che abbiano trovato amianto nelle pareti dei laboratori d farmacia, assurdooooo; ho saputo anche che, in questi anni, 8 persone sono decedute, causa tumori vari alla pleura dei polmoni…Addirittura, si dice che sta mattina la nostra facoltà verrà chiusa!!!!!!! e che numerose persone riceveranno un avviso di garanzia…SE TUTTO QUESTO FOSSE VERO….non oso immaginare cosa potrebbe succedere!!!! spero sia solo una voce priva di fondamento….ma ne dubito!! perciò spero che qualcuno di voi sappia come stanno le cose realmente…..e quindi rispondete!!!!”.

Alle 7 di sera Cicciofarmaco informa i suoi colleghi che il laboratorio resterà chiuso “a motivo di un’ispezione ordinata dalla magistratura, a seguito di un’inchiesta che pare abbia tratto origine dalla denuncia di uno/a studente che ha sviluppato un tumore (non si sa bene se dopo essere venuta a contatto con sostanze cancerogene – si vocifera amianto).
Di seguito arriva il commento di Cometa80:
“Ragazzi la cosa è gravissima…ma pensate che siamo in pericolo? dovremmo farci un controllo…io sono 8 anni che sono buttata li tra laboratori e lezioni praticamente ho vissuto più lì che a casa mia…ho paura!!!”.
I dubbi di quegli studenti sarebbero stati chiariti il giorno dopo dalle pagine del quotidiano La Sicilia che riportava la notizia del sequestro dell’edificio 2 della Cittadella universitaria di Catania, sede di diversi dipartimenti, fra cui quello di scienze farmaceutiche. La richiesta del provvedimento, emesso dal
Gip Antonino Fallone, è arrivata dalla Procura in seguito ad un’indagine iniziata l’anno prima. Sulle motivazioni del sequestro le carte dei magistrati parlano chiaro:
"pericolo concreto di una contaminazione e inquinamento del sottosuolo dei laboratori di Scienze farmaceutiche, situazione tale da provocare la diffusione all’interno dei locali del Dipartimento, con pericolo per l’intero edificio, di vapori tossici fortemente pericolosi per la salute e l’incolumità delle persone". Secondo il giornale, le indagini tecniche avevano accertato la presenza di sostanze inquinanti nel sottosuolo che avrebbero "dato origine a percorsi di risalita lungo le condutture dell’immobile, disperdendosi in forma di vapori tossici all’interno dei vari locali". La Sicilia fa anche i nomi degli indagati, nove in tutto, tra loro c’è anche l’ex rettore Ferdinando Latteri. L’ipotesi di reato contestata è quella di "gestione di rifiuti non autorizzata" e "disastro ambientale".
Il 27 novembre il giornale torna sulla vicenda. Ai reati già ipotizzati si aggiungono anche l’omicidio e le lesioni colpose. La Procura di Catania, infatti, ha aperto un nuovo fascicolo sulla vicenda in seguito alla denuncia del padre di un ricercatore.

Si chiamava Emanuele Patanè, aveva 29 anni e da tre lavorava nella facoltà, è morto nel dicembre del 2003 per una neoplasia al polmone destro. Secondo l’accusa la malattia era stata causata dalle esalazioni che fuoriuscivano dalle vasche sotterranee di raccolte di rifiuti liquidi, conseguenza dello smaltimento di esperimenti medicinali nei lavandini dei laboratori. A quel punto sono iniziate le indagini anche su una decina di altri casi di persone che hanno lavorato nella facoltà di Farmacia e che si sono ammalati gravemente.
Alla base della denuncia c’era un memoriale scritto dallo stesso Lele e salvato sul suo computer: cinque pagine datate 27 ottobre 2003 che dimostrano come il giovane ricercatore avesse capito cosa succedeva nel suo laboratorio. Il quotidiano La Repubblica le riporta in un articolo del 29 novembre.

"

Quello che descrivo è un caso dannoso e ignobile di smaltimento di rifiuti tossici – scrive Emanuele – e l’utilizzo di sostanze e reattivi chimici potenzialmente tossici e nocivi in un edificio non idoneo a tale scopo e sprovvisto dei minimi requisiti di sicurezza".

Queste sono le prime parole del memoriale che, secondo il padre, Lele aveva anche consegnato a un avvocato ricevendo come risposta che contro i baroni dell’università non l’avrebbe mai spuntata

In quelle cinque pagine Lele aveva raccontato anche la sua vita da ricercatore:

"Durante il corso di dottorato, trascorrevo generalmente tra le otto e le nove ore al giorno in laboratorio per tutta l’intera settimana, escluso il sabato. Non c’era un sistema idoneo di aspirazione e filtrazione, c’erano odori e fumi tossici molto fastidiosi e spesso eravamo costretti ad aprire le porte in modo da fare ventilare l’ambiente". “Le sostanze chimiche, i reattivi ed i solventi – riporta ancora La Repubblica – erano conservati sulle mensole, sui banconi, in un armadio sprovvisto di sistemazione di aspirazione e dentro due frigoriferi per uso domestico tutti arrugginiti. Dopo avere trascorso l’intera giornata in laboratorio avvertivo spesso mal di testa, astenia ed un sapore strano nel palato come se fossi intossicato".

Dopo che la vicenda di Lele era comparsa sui giornali, un’altra ragazza si è fatta avanti. E’ una studentessa di Farmacia di 23 anni con un tumore alla tiroide. Anche questa volta a raccontare la sua storia è il quotidiano La Repubblica.

“Io non voglio morire, voglio vivere, voglio laurearmi anche se so che questa laurea potrebbe essere la mia tomba. Ma non mi arrendo, combatterò con tutte le mie forze. Ho dovuto rallentare gli studi per questo tumore alla tiroide che mi ha aggredito nel 2006. L’ho scoperto per caso, proprio dentro il laboratorio di Farmacia mentre stavo studiando, ironia della sorte, la tiroide. Stavo facendo degli esperimenti e, istintivamente, mi sono guardata ad uno specchio ed ho notato che la tiroide era asimmetrica. Ho pensato che ero suggestionata proprio dagli esperimenti che stavo facendo. Poi, invece, ho scoperto che il tumore mi aveva aggredito. Adesso sono ancora sotto chemioterapia, prego Dio che riesca a salvarmi, ma loro, i docenti, i presidi, i professori con cui sono stata sempre a contatto, perché mi hanno tradito? Perché hanno tradito tutti quei ragazzi, quei miei colleghi che sono morti o stanno per morire?".

Nel frattempo, oltre alle indagini, la Procura di Catania si è preoccupata di avviare anche uno screening tra le persone che hanno lavorato dal 2000 al 2007 nel laboratorio dei veleni. Studenti, dottori, tecnici e specializzandi che hanno trascorso diversi mesi all’interno della struttura sono stati visitati per accertare il loro stato di salute. I carabinieri del nucleo di polizia giudiziaria hanno anche raccolto le loro testimonianze come persone informate sui fatti. Le patologie maggiormente riscontrate sono stati tumori ai polmoni e al cervello e l’interruzione di gravidanze nelle donne.
Il 16 gennaio 2009 c’è stato l’incidente probatorio richiesto dalla Procura catanese per accertare lo stato di inquinamento della sede del dipartimento di Farmacia. I tre periti nominati dal gip Fallone sono il chimico Maurizio Onafrio, il tossicologo ambientale Ivan Pavan e il geologo Massimiliano Mancini. I tecnici avranno 120 giorni per completare la perizia. I risultati e la relazione dei tre periti dovranno essere presentati all’udienza fissata dal gip per il 5 ottobre.

Che ne pensate?