Io, professore, pagato dal Politecnico 11,62 euro all’ora

Ricevo dal professor Bonicco la copia della lettera da lui inviata al rettore del Politecnico di Torino e, volentieri, la pubblico.

 

Cuneo, 22 settembre 2009

All’attenzione di Prof. Francesco Profumo, Rettore del Politecnico di Torino e per conoscenzaProf. Rocco Curto, Preside della Seconda Facoltà di Architettura

Gent.mo Prof. Profumo, sono Claudio Bonicco, docente a contratto del corso di Analisi della Morfologia Urbana e delle Tipologie Edilizie (2CFU annuale) nel Laboratorio di Progettazione Urbanistica delcorso di Laurea triennale in Pianificazione Territoriale, Urbanistica e Ambientale della Seconda Facoltà di Architettura presso la sede di Torino. Mi permetto di scriverLe questa lettera per portare alla Sua attenzione il mio personale disappunto su un problema che credo Lei abbia chiaro in termini generali, ma di cui probabilmente non conosce alcuni risvolti e implicazioni. Il problema in questione è l’affidamento degli incarichi didattici a contratto a studiosi od esperti non strutturati in Facoltà ma comunque dotati di qualificazione professionale e scientifica idonea.

A quanto risulta dalla comunicazione ricevuta pochi giorni fa dalla segreteria di Presidenza della Seconda Facoltà di Architettura, il compenso lordo che andrò a percepire per il corso a cui sono stato assegnato per l’A.A. 2009/10 risulta essere €488 per ogni credito formativo, pari a €976 in totale visto che il corso in questione è annuale e ha un peso di due crediti formativi. Avendo ricevuto proprio in questi giorni il pagamento del compenso per lo stesso corso da me tenuto nell’ A.A. 2008/09 (pari a €744 per ogni credito formativo, ovvero €1.488 lordi), ho avuto modo di mettere a confronto le due cifre e desumere che il compenso propostomi per il prossimo Anno Accademico è stato decurtato del 34,4%.

La prima reazione è stata di sorpresa, ma dopo aver riflettuto e aver chiesto conferma alla segreteria stessa la sorpresa iniziale si è trasformata in frustrazione. A quanto mi risulta il Politecnico di Torino appartiene all’élite degli Atenei italiani effetto del suo secondo posto nella graduatoria delle Università virtuose dovrebbe aver ricevuto un +5,22% a titolo di premio per la qualità della ricerca e della didattica. In tutta sincerità devo ammettere che per l’A.A. 2009/10 non mi sarei aspettato alcun aumento di retribuzione e che, considerando la criticità della situazione economica in cui tutti ci troviamo, sarei stato ben felice di accettare una retribuzione invariata rispetto a quella ricevuta per il lavoro svolto nel 2008/09.

Altrettanto sinceramente devo dire però che mi è oscuro il meccanismo in base al quale ad una maggiore disponibilità di fondi debba corrispondere una notevole riduzione dei compensi. Oltretutto a parità di lavoro e di impegno. Si tratta forse di un taglio generalizzato degli stipendi o solo dei compensi del personale a contratto? È vero che nella riforma del Ministro Gelmini, che introduce criteri di qualità nella distribuzione dei fondi da destinare alle Università, il ricorso a docenti esterni non viene valutato favorevolmente, ma è altrettanto vero che una (buona?) parte della didattica del Politecnico è stata ed è tutt’ora affidata a personale a contratto esterno alla Facoltà.

Una valutazione positiva del Politecnico di Torino significa certamente una valutazione positiva tanto della sua ricerca quanto della sua didattica e qui non credo venga fatta alcuna distinzione tra quella effettuata da personale interno alla Facoltà e quella portata avanti da chi, come il sottoscritto, appartiene strutturati in Facoltà. Sembra essere ragionevole il fissare a sei il numero minimo dei crediti per esame ed è comprensibile la riduzione del ricorso a contratti e docenti estern per insegnamenti ritenuti non necessari, però in questo caso l’impressione è che si voglia comunque continuare a fare uso di personale non strutturato, ma pagandolo meno.
Oltretutto va detto che il ricorso a professionisti esterni qualificati e opportunamente selezionati dovrebbe essere ritenuto così impegnativa e di grande responsabilità come quella dell’architetto o dell’urbanista, soprattutto nell’ottica dell’inserimento nel mondo del lavoro. La ricerca di una compresenza equilibrata della componente accademica e di quella pratica, più legata agli aspetti concreti del lavoro professionale, dovrebbe essere alla base dell’offerta formativa e della formazione dei vari piani di studio.

Personalmente ritengo che sia doveroso protestare o perlomeno esprimere il proprio disappunto nei confronti di una situazione che non è solo paradossale, ma profondamente umiliante nei confronti di chi, come il sottoscritto, ha speso anni di studio e impegno con l’obiettivo di elevare la propria formazione accademica e professionale per scoprire che il proprio lavoro è valutato grossolanamente la metà di quello di un operaio non qualificato. A titolo di esempio riassumo la situazione relativa al corso che da qualche anno mi viene affidato che, pesando solo due crediti formativi, ha una durata di ventiquattro ore di lezione in aula. A questo numero di ore devono poi essere aggiunte quelle per il ricevimento degli studenti, stimabili approssimativamente in quaranta ore per l’intera durata dell’Anno Accademico, e quelle per gli esami di profitto, stimabili in venti ore circa; il totale di ore lavorative risulta quindi essere ottantaquattro ore.

Il confronto tra queste (84) e il compenso proposto (976€) è a dir poco imbarazzante: 11,62€/ora. Non che il vecchio compenso permettesse di arricchirsi: 17,14€/ora. C’è da chiedersi seriamente come sia possibile in una condizione simile puntare su una didattica di qualità. C’è da chiedersi se quella che è stata riconosciuta come didattica universitaria di eccellenza lo sia veramente.C’è da chiedersi cosa sia successo e cosa succederà in quelle Università che non appartengono alla lista degli atenei virtuosi.

Concludo questa lettera comunicandoLe il mio profondo dispiacere nel dover rispondere positivamente alla richiesta di conferma di accettazione dell’incarico. Preferirei potermi permettere di rinunciare, per orgoglio e per protesta nei confronti di un sistema che a mio modesto avviso ha delle disfunzioni. Purtroppo non posso concedermi questo lusso, da un lato perché i soldi servono a me come a chiunque altro e dall’altro perché mi rendo tristemente conto del fatto che la mia singola rinuncia non porterebbe a nulla, perché verrei comunque rimpiazzato da qualcun altro disponibile più di me – o costretto – a raccogliere le briciole. Confidando di ricevere una Sua risposta che possa aiutarmi a fare un po’ di luce sui mieiinterrogativi La ringrazio per l’attenzione e Le porgo Distinti Saluti.

Claudio Bonicco

 

Addio a Francesca Patanè, innamorata della verità

Quando meno te l’aspetti, ecco che ti arriva, in un anonimo pomeriggio, un pugno nello stomaco: la notizia improvvisa della morte di Francesca Patanè. Francesca era una giornalista. Di quelle speciali. Di quelle innamorate della verità.
Ho chiesto al professor Quirino Paris, suo compagno di battaglie contro i baroni universitari, di ricordarla a tutti noi. Lui che la conosceva bene scrive…

Elogio di Francesca Patanè
Il giornale Ateneo Palermitano non turberà più il sonno di coloro che gestiscono la malauniversità, la malasanità, il malgoverno, e la mafia accademica. Il suo direttore responsabile, Francesca Patanè, è spirato il 16 settembre 2009 in seguito a metastasi da cancro. Il 26 agosto u.s. – da sola, come sempre – aveva messo online l’ultimo numero del suo amatissimo e sempre devastante (www.ateneopalermitano.it).

Nessuno, all’infuori dei familiari, sapeva della malattia che si protraeva dal 1998. Francesca Patanè non voleva la compassione di nessuno e, soprattutto, che la sua condizione di malata venisse a velare – nella mente dei suoi lettori e di coloro ai quali i suoi strali erano indirizzati – la professionalità della sua attività di giornalista.
 
Francesca Patanè divenne giornalista fin dagli anni dell’Università, nell’amata Catania, alla scuola di Giuseppe (Pippo) Fava, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 perché – scrisse Francesca Patanè – “… si era opposto coi suoi articoli ai ‘cavalieri’ della città, i maggiorenti che a quel tempo dettavano la storia economica, politica e sociale di Catania.” La verità innanzitutto – costi quel che costi – la legalità e la giustizia, sono sempre stati i soli criteri che hanno ispirato e guidato Francesca Patanè nella scelta e sviluppo dei temi per i suoi articoli e per il suo giornale.
 
La storia di Ateneo Palermitano è emblematica. Diventata dirigente bibliotecaria all’Università di Palermo, nel 1994 Francesca Patanè ricevette l’incarico speciale dall’allora rettore, Antonino Gullotti, di “riportare in vita il giornale” la cui testata, “Ateneo Palermitano,” aveva visto una pubblicazione molto frammentaria fin dal 1950, con ripetute decadenze della registrazione presso il Tribunale. Per più di due anni, dal 1994 all’ottobre 1996, il giornale dell’Università di Palermo uscì con puntualità – la prima e fondamentale caratteristica di professionalità di una testata – ma “scelte politiche” lo ridussero al silenzio ancora una volta, e alla decadenza della registrazione. Nel 2001, Francesca Patanè registrò a suo nome la testata “Ateneo Palermitano” divenendone proprietaria legalmente riconosciuta dal Tribunale di Palermo e direttore responsabile.  Iniziò allora una serie ininterrotta e puntuale di novantuno numeri, fino ad oggi.
 
I potenti dell’Università di Palermo, inclusi il rettore e il direttore amministrativo, non si sono mai dati pace del fatto che la testata “Ateneo Palermitano” fosse controllata da Francesca Patanè. I suoi editoriali ed articoli, precisi e documentati, misero spesso a nudo una situazione di malauniversità. Il colmo dell’insofferenza istituzionale fu raggiunto nel gennaio 2006 con un articolo che riportava la notizia, già diffusa da giornali nazionali, di due docenti dell’Università di Palermo indagati per associazione a delinquere dalla Procura di Firenze. La macchina silenziatrice dell’Università di Palermo si mise in moto avviando un procedimento disciplinare a carico di Francesca Patanè che le venne comunicato assieme all’articolo del codice di disciplina che prevede il licenziamento senza giusta causa. Francesca Patanè non si diede per vinta e allertò la stampa nazionale del sopruso che si stava consumando.  Il giorno stesso della sua audizione davanti alla commissione disciplinare, La Repubblica uscì con un articolo in sua difesa e in difesa della libertà di stampa. I maggiorenti dell’Università, presi alla sprovvista da tanta pubblicità non richiesta, fecero rapidamente marcia indietro e – per bocca del rettore Silvestri – annullarono, di fatto, il procedimento.
 
Nonostante la bruttissima e pericolosissima esperienza inflittale dall’istituzione alla quale aveva dedicato una vita di lavoro ma che, forse, per avere il quartier generale nello Steri –l’edificio dell’Inquisizione Spagnola – ne aveva assunto lo spirito che trasuda ancora dalle sue mura, Francesca Patanè trasse maggiore convinzione che la libertà di stampa fosse, in assoluto, il primo obiettivo e la prima condizione di una società civile. Così, negli ultimi anni, Ateneo Palermitano divenne un faro di luce a livello nazionale sulle vicende dei concorsi universitari truccati, dei bilanci universitari falsi, della magistratura che quando tratta di vicende universitarie spesso si intorpidisce senza lasciare tracce significative, del Ministero dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca (Miur) che non esegue mai le sentenze del Consiglio di Stato, del Miur che gestisce una privatizzazione latente dell’Università italiana a partire dalle Scuole di Specializzazione in Psicoterapia e dalle Scuole Superiori per Mediatori Linguistici. Ateneo Palermitano prese spesso le difese di singoli ricercatori e professori tartassati dalle cosche baronali. Si scagliò contro le inutili ricette dei luminari di entomologia che non sanno fare niente di proficuo contro il punteruolo rosso che devasta le secolari palme di Palermo e della Sicilia.
 
Francesca Patanè amava la bellezza dello scrivere, la bellezza del vivere, la bellezza del mare di Cofano.  Con la sua giustizia morale e onestà intellettuale ha fatto un grande onore al giornalismo.
 
È scomparsa una voce chiara ed importante.
 
Quirino Paris
19 settembre 2009