L’articolo 1 e articolo 2 del ddl Gelmini…

E’ un disegno di legge. Solo un disegno. Quindi, come tutti i disegni, è tracciato a matita. Su questo "schizzo", adesso, altre matite, gomme e pennarelli colorati si catapulteranno in Parlamento per definire, un giorno (?) il quadro della nuova Università del Belpaese. Ora, quali cambiamenti apportare, cosa modificare, cos’altro lasciare di questo ddl del ministro Gelmini, definito da tanti serio e coraggioso e da altri una ciofeca o giù di lì, lo lascio ai vostri commenti.

Personalmente, al primo articolo avrei scritto: "I fondi destinati all’Università italiana saranno calcolati  e agganciati ogni anno alla media dei finanziamenti che ogni Stato europeo destina alla propria università". Per fortuna non scrivo leggi, ma tradotto significa: "Cara bistrattata, delusa, vituperata università italiana, da questo momento ti do, pressappoco, il 2% del pil… però (c’è un però) comportati bene". Un bel salto se pensate che attualmente l’università riceve solo l’1,1% del pil (di cui un consistente 0,4% dai privati). Al secondo articolo, ecco esplicato per sommi capi il "però": "Chiunque abbia un comportamento illegale e moralmente scorretto (rispetto al codice etico NAZIONALE che si andrà a scrivere), sarà privato dello stipendio e interdetto vita natural durante dalle aule universitarie". Cioè, ad esempio, le università si dovrebbero costituire parte civile nei processi contro chi trucca i concorsi e, anzi, attraverso commissioni di vigilanza, aiutare a denunciare senza che questo causi la morte accademica del denunciate. E via con questi esempi. Insomma, per non dare alibi a chi dice che ci sono poche risorse e per punire chi sputa sul merito con tracotanza. Quindi tradotto, articolo1: più soldi; articolo 2: sanzioni. L’articolo tre, quattro, quinto, eccetera, eccetera, ritengo siano secondari…

Quel concorso da incubo

Stanotte ho fatto un incubo. Un brutto sogno che sembrava vero vero. Ma voi direte: "A noi che ce frega? Se mangi lonza a cena certi risvolti sono inevitabili". Però io voglio raccontarvelo lo stesso…
Dunque, come fu, come non fu, mi ritrovai incredibilmente nel bel mezzo di un concorso…
Stavolta si dovevano assegnare quattro dottorati di ricerca di cui due con borsa di studio di mille euro.
Mille euro al mese! Sono una "quasi miseria" ma ai giorni nostri in tanti, operai ma non solo, con quella cifra ci campano una famiglia intera. Figuratevi poi che i concorrenti, una quindicina circa, erano ancora dei ragazzi di 25 anni ad inizio carriera. Erano tutti lì, spauriti, qualcuno ancora con qualche brufolo. Da svezzare, in attesa d’esser interrogati. Facce pulite di giovani impegnati nel tentativo di forgiare il loro destino. Con le loro scarpe migliori, quelle lucidate a fondo come nelle migliori occasioni. 
La materia è Diritto. Il sogno è confuso. Non ricordo bene che tipo di Diritto, se navale, amministrativo, romano, padano, siculo o chissacché. E non ricordo neanche la città. Però ricordo che pioveva. Ecco: pioveva e la gente a fatica si salutava. Chissà dov’ero… E quale università poi? Boh, sembrava un edificio antico, mi ricordava un battistero ma non c’erano preti. Anzi, fuori distribuivano l’Unità. A gratis.

Comunque, ad un certo punto, mentre si aspettava che i professorri iniziassero ad interrogare, passa di lì un bidello. Un bidello universitario s’intende, uno però che sapeva i codici a memoria. Mi guarda e mi fa: "Lei conosce l’articolo 51 del cpc? "Del cpc?" chiedo. Il bidello-giurista, scopa in mano, mentre continua a ramazzare, mi sussurra all’orecchio: "Ma lei lo sa che c’è un ragazzo-candidato che lavora con il presidente della commissione?". Nooo? Non mi dica", rispondo io. "Son qui per sbaglio, capitato in un sogno, indi…". "Ma va?" ribatte il bidello-giurista. "E come si chiama il ragazzo", gli chiedo. "Cuzzupè", risponde il giudice-bidello. "E il professore qual è?" chiedo. "Quello!" E mi indica ‘sto tipo che sembrava Alberto Sordi che lo interpretava. Che caos i sogni. Il professore-attore anzi l’attore-professore era un bel paciocchetto, disponibile e colto, coltissimo, vispo, vispissimo. "Come si chiama?", chiesi. E il bidello: "Montone!". Così m’avvicino al professor Montone e di botto gli dico: "Professore ma è vero? Così così…, papiu-papau, ect-ect… insomma che lei e Cuzzupè siete, come dire, commensali? Questo per l’articolo 51 del Cippicci. Lo sa vero?".

"Santo cielo", spaventato il Montone balbetta: "Ma guardi che io, cioè…, sì è vero ma Cuzzupè è solo un praticante nel mio ufficio e poi io sono super partes. E poi, ehm…, allora che dire, che c’è anche l’altro componente della commissione, il professor Altissimi che anche lui aveva un candidato, tale Baritonone, ma lo abbiamo escluso, eh… Certo non aveva i titoli! Quindi noi siamo… ehm… obiettivi, e poi ce lo siamo detti prima d’iniziare. In una riunione onestamente, ci siamo detti chi conosceva chi. Come vede, caro dotttore, non abbiamo nulla da nascondere". "Non sono dottore" preciso. E poi riattacca: "Ma scusi lei chi è?". "Un giornalista". "Un giornalista? E come mai anche lei in questo sogno?". "Sa, Montone, la lonza… Ah ecco quindi tornando a noi. L’articolo 51 che vuole un giudice sia terzo…". "Ma l’articolo 51 è rispettato. Mi creda dottore. E ora lei che fa?" mi chiede Montone. "E professore che dire… giornalista sono…". E m’allontano.

Ma ecco che il bidello-procuratore si rifà sotto maneggiando la scopa. "Senta guardi che il professor Altissimi, collega di Montone conosce anche il candidato Trezzano Casoncello. E anche lui lavora con Altissimi". "Caspita!". E ritorno da Montone: "Caro lei, ma come: così-così, papiu-papau, ect…ect…Mi ha detto prima riunione onesta fu, uno io, uno lui… l’abbiamo escluso e poi c’è ‘sto giovane, come si chiama? Raviolo, pardon Casoncello che lavora con Altissimi". "Sì, – ammette – ma forse. Non ne sono sicuro, ecco" risponde il Montone dubbioso. "Ma scusi professore, delle due l’una: o la riunione prima degli esami tra voi commissari non è stata così onesta come lei mi ha detto e Altissimi le ha nascosto lo Spaghetto, pardon il Casoncello, oppure tanto onesta non è stata questa riunione". "Ma questo – insiste Montone – non significa nulla. Perché l’articolo 51 non lo vieta che ci si conosca. Altrimenti non si farebbero più concorsi. Qui ci conosciamo tutti". Allora ribatto: "Certo che lo vieta perché proibisce al datore di lavoro di giudicare un proprio dipendente. Tiè!". "Ma Cuzzupè non è mio dipendente. E’ un praticante del mio stesso studio!". "Eh già! Cuzzupè emette fattura ad una associazione professionale (il suo studio) che dunque non ha personalità giuridica quindi lei caro Montone è direttamente il datore di lavoro di Cuzzupè". E lui  nicchia: "Fattura? Beh, io non so’, non mi occupo di questioni economiche. Cuzzupè l’ho trovato lì. Io vi lavoro da poco… Comunque, abbiamo la coscienza a posto. E poi, mi creda dottore, i titoli di Cuzzupè non sono così buoni".

Torno dal bidello-sostituto: "Vero è. Ma allo scritto Cuzzupè il migliore è stato!". Avanti e indietro così tra il bidello e Montone, una sudata nel sonno che non vi dico…
Alla fine del sogno, Cuzzupè, orale poco buono e inglese bruttino (anche se non dà punteggio) ha vinto il dottorato (come quarto classificato) quindi senza la borsa. Il Casoncello, invece, è rimasto escluso. Quinto per un soffio. Scappai dall’aula rincorso da tutti gli esclusi. Tutti sapevano tutto. E rincorrendomi mi chiedevano: "Come sapremo se Montone e Altissimi erano veramente terzi? Come sapremo se questi esperti del diritto non si siano comportati al rovescio? E se non interveniva il bidello-investigatore?". Rincorso da questi dubbi, senza riuscire a salutare il buon Montone, finalmente mi svegliai.

Meno male ch’era solo un sogno. Sapete che vi dico? Mi raccomando: niente lonza la sera, per favore… solo torte. Anche grandi: tortone.

P.s. Alla memoria dell’articolo 51 del cippicci!

 

Crediti per tutti: Uil, Cisl… e giornalisti!

E poi ci si chiede come mai le università italiane non sono tra le prime cento al mondo. Sicuramente non vi è sfuggita la denuncia apparsa sul Corriere della Sera di oggi, pezzo di Sergio Rizzo, a proposito dei crediti formativi che l’università Parthenope di Napoli riconosce agli iscritti della Uil. L’accordo tra l’ateneo e la Uil, infatti, consentirà a chi ha in tasca "la tessera del sinda­cato guidato da Luigi Angelet­ti – scrive Rizzo - di vedersi riconoscere fino a 60 crediti per il corso di lau­rea triennale in giurispruden­za".

Bene. Anzi male. Però immediata è stata la risposta del ministro Gelmini. In sintesi: «Basta crediti a pioggia».   Ma, se posso contribuire al dibattito, mi permetto di segnalare anche un’altra convenzione denominata "Laureare l’esperienza". E’ quella stipulata tra l’ordine dei giornalisti e diverse università italiane. In questo caso non si tratta di una sola università, come nel caso della Uil, ma di ben 9 (nove!) atenei: Cassino, Chieti, Lumsa di Roma, Ferrara, Messina, Catania, Enna, Varese e Udine.

Per restare dal pulpito da quele è possibile fare le denunce e scrivere in libertà, come fa magistralmente Rizzo, non ritiene l’ordine dei giornalisti che sia giunto il momento di rinunciare a tale convenzione?
Soprattutto in considerazione del fatto che non di rado le università italiane finiscono nell’occhio del ciclone per notizie di concorsi truccati, rimborsi spesa gonfiati ed altre "amenità" poco degne di una società civile?
Lasciare alle università la possibilità di decidere se riconoscere o meno crediti formativi e quanti crediti formativi riconoscere, rischia di mettere la categoria dei giornalisti in una sorta di "trattativa" con quel  "potere accademico" sul quale un giorno potremmo trovarci a scriverne. Non potremmo laurearci come fa un semplice figlio di un nullatenente, cioè con sudore e sacrifici? Giro il quesito all’Ordine dei giornalisti con rispetto e senza polemiche.

P.s. Opss… ma che forse Sergio Rizzo e Antonio Stella hanno già sollevato anche questo caso il 15 dicembre 2008?

I miei errori

A pagina 173 del libro Parentopoli ho commesso un errore. Ho inserito in un diagramma (grafico) il nome del professor Roberto Pedone, ricercatore nella Seconda Università di Napoli. Si è trattato di un refuso grafico dovuto ad omonimia. Purtroppo non ho fatto in tempo a inserire la correzione nella seconda edizione del libro. Lo farò nella prossima.  Mi spiace molto per il contrattempo e per questo mi scuso profondamente con il professor Roberto Pedone e con i lettori.