Concorsi “apparecchiati”: per chi dice che non c’è giustizia…

Ecco le sentenze e le condanne. Certo i professori sotto processo sono innocenti fino a quando la Cassazione non si pronuncerà, anzi noi speriamo che i professori coinvolti sappiano ancora dimostrare la loro estraneità alle contestazioni ma… c’è un ma. Chi dice che la giustizia sui concorsi universitari non interviene, si sbaglia.
A Siena la magistratura interviene eccome. A tal proposito vi segnalo l’articolo Prime condanne nella concorsopoli senese pubblicato sul blog di Giovanni Grasso Il senso della misura. Qui il pezzo della collega Franca Selvatici di Repubblica.

Il federalismo nei concorsi

Siamo alle solite. Quali criteri adottare per garantire la vittoria del merito nei concorsi?
A tal proposito mi piace segnalare due commenti. In uno si parla di come agisce il Politecnico di Torino e nell’altro di come si faranno i concorsi all’ Ispra e al Cnr. Il primo commento, purtroppo, è anonimo. Il secondo è dell’Apri.
Altri metodi li sto scoprendo in questi giorni. Tra questi quello chiamato Parentopoli. Un metodo sicuro, vecchio come il cucco, sempre in auge che viene ancora adottato per nuovi concorsi con sorteggio, come vuole la Gelmini. Ma sotto sotto si nasconde ad esempio il "doppio scambio carpiato" di cui ho già parlato nel mio libro. Il lupo dunque perde il pelo ma non il vizio. Di questi concorsi vi darò notizia prossimamente.
Nel frattempo, avete altri esempi?

 METODO POLITECNICO
Mentre si argomenta sulla megariforma che, tra dieci anni, darà finalmente all’Italia un’Università perfetta, il Politecnico di Torino, hic et nunc, agisce.
Il recente bando del PoliTo per 17 posti di ricercatore è rivoluzionario: impone l’uso di punteggi numerici per titoli e pubblicazioni; disciplina in dettaglio la valutazione, privilegia parametri quanto più possibile oggettivi.
Con pragmatismo tutto piemontese, il PoliTo ha dimostrato coi fatti di possedere quell’eccellenza che altri Atenei si limitano a rivendicare.
Anonimo torinese?

METODO ISPRA
L´Apri si congratula per la soluzione del contenzioso, ma allo stesso tempo invita il Ministro ad attivarsi perché i concorsi annunciati vadano con norme più trasparenti e meritocratiche di quelle in uso finora all´Ispra."Nei concorsi universitari si sono giustamente eliminate le spesso manipolate prove scritte ed orali, e si è stabilito che gli unici parametri per valutare i candidati deveno essere titoli e pubblicazioni scientifiche. Nei concorsi Ispra (come accade similmente anche del Cnr) invece 90 punti su 100 sono assegnati alle prove scritte ed orali, e solo 10 su 100 a titoli e pubblicazioni, di cui 5 addirittura solo per l´anzianità di servizio presso l´Ispra stesso. Bene che ci si impegni a dare possibilità ai giovani ricercatori, ma senza ricorrere alle solite stabilizzazioni mascherate da concorsi`.
Francesco Cerisoli (Apri)

L’Università Italiana che vorrei…

Ricevo da Pietro, che vive e lavora a Calgary, una bella email che volentieri pubblico. La storia si potrebbe intitolare: "Italia e Canada, tra differenze e speranze". Ma la vera questione, al di là delle storie personali, è il quesito finale: i nuovi concorsi con il sorteggio della commissione sono una garanzia? Sono veramente una chiave di svolta? Ecco, in attesa dei vostri commenti, la storia di Pietro Ravani, professore associato, che ci guarda da lontano.

Sono universitario, lavoro all’estero, si fa tanto parlare di riforme e rientro dei cervelli … se l’Università italiana desse segni di ripresa un giorno potrei farci un pensierino, ma la domanda è in Italia le cose cambiano o no?

Perché ho deciso di lasciare l’Italia
Ho lavorato in Italia per tredici anni, gratificato dalla componente clinico – assistenziale del mio lavoro, anche se mi è sempre mancata la vita accademica (la ricerca e l’insegnamento). Ad essa ho rinunciato dopo l’università considerandola inaccessibile. Chi volesse approfondirne le ragioni può leggerle in "Parentopoli", ma agli studenti sono sempre state note. Tuttavia, non ho mai rinunciato ad occuparmi di ricerca, attività che si e’ dilatata nel tempo al punto da diventare un lavoro serio e come tale degno di una decisione drastica. Nel 2005 ho iniziato a lavorare in Canada finanziato da un progetto europeo. Prima della fine del contratto mi sono state proposte interviste di lavoro in un paio di università canadesi, ed eccomi qui a parlare delle differenze.

 
Cosa è diverso qui
Prima di tutto, per i professori i doveri vengono prima dei diritti. Le università che li hanno scelti (non attraverso concorsi ma attraverso interviste ad personam) offrono loro tempo protetto e spazi protetti per l’insegnamento, la ricerca e le eventuali altre mansioni previste dal contratto (ad esempio i medici devono assolvere un minimo di compiti assistenziali). Esistono anche fondi interni per coprire il costo di studi iniziali, teleconferenze per stabilire gruppi di studio, aggiornamento, membership fees, viaggi per ospiti (visiting lecturers), computers, assistenti amministrative, etc. Tuttavia, chi fa ricerca deve giustificare il proprio tempo protetto (dal 25 al 75%), vincere grants per pagare il proprio personale di ricerca e tutti i costi relativi, e anche borse per studenti più specializzati (post-doc). Negli ospedali universitari non vige solo il motto "i pazienti innanzitutto" (una volta vero anche in Italia), ma anche "gli studenti innanzitutto": qui i professori non possono raccontare fesserie agli studenti, nè pretendere di vendere i propri libri o imporre come legge i propri appunti.

Gli studenti sono molto critici, voglio imparare e possono far licenziare gli insegnanti. Il loro ingresso nella scuola di medicina e’ un grosso investimento (fra i 30 e i 40 mila dollari all’anno). La maggior parte ha già lavorato durante le high schools e il bachelor degree, per pagarsi almeno quest’ultimo. Si tratta di candidati altamente selezionati che troveranno posto immediatamente dopo la fine degli studi. Per esempio, entrando in un programma di residency (i primi 3 anni di specialità post-laurea) sono già pagati 50-60 mila dollari all’anno (lordi). Poi diventano fellows (2 anni) e sostengono gli esami di stato (in genere un altro anno) e sono assunti immediatamente. Infatti, le banche si “rubano” i neo-studenti in medicina proponendo prestiti per coprire il costo complessivo degli anni di studio a tasso zero e garantirseli come futuri clienti.

I medici che lavorano nell’ospedale universitario hanno TUTTI compiti amministrativi, assistenziali ed educazionali: devono essere clinici competenti coi pazienti ed educatori validi con gli studenti con cui lavorano quando sono di turno. L’assistenza e l’insegnamento (bed-side) si supportano a vicenda, garantendo qualità per il paziente e lo studente. Poi, dicevo, c’e’ il tempo protetto per i "scientists". Fare ricerca e’ un mestiere qui, richiesto, rispettato e riconosciuto come tale. Nessuno si improvvisa ricercatore (diversamente da quanto accade in Italia) e chi non fa ricerca non si sente certamente penalizzato (ne’ chi la fa si sente privilegiato). Un gruppo di specialisti include pertanto persone con compiti diversi, elegge un responsabile ogni 5 anni (confermato ogni anno e con mandato rinnovabile una sola volta), e condivide responsabilità, diritti e doveri. Gli studenti hanno bisogno di essere esposti non solo ad un sufficiente carico di esperienza ma anche di essere guidati da professionisti competenti e tra loro affiatati. Il collegio dei medici (nazionale e provinciale) verifica ogni anno il carico di lavoro che può essere offerto agli studenti e la qualità dell’ambiente (sia infrastrutturale sia relazionale). L’Italia e’ troppo frammentata: ci sono troppi ospedali, troppi piccoli reparti, troppe piccole parrocchie. Qui i vari gruppi specialistici servono 1-2 milioni di persone, lavorando su 3-4 strutture. E’ chiaro che gli studenti vedono di tutto, imparano molto e in fretta. E i pazienti sono curati da medici che pure vedono tanto, compresi casi più complessi e rari. Chiudere ospedali e’ impopolare, ma la gente deve imparare che un servizio sotto casa e’ solo comodo, non necessariamente soddisfacente.

 
Rientro, attrazione e formazione di nuovi cervelli
A Calgary sto bene – professionalmente il massimo – ma mi mancano le cose piu’ belle dell’Italia, i genitori che invecchiano, gli amici, l’arte, la storia, i profumi, e i giovani che meritano di piu’ per diventare migliori e rendere migliore il paese…
Ora "sembra" che l’Italia stia finalmente dando segni di cambiamento, almeno nelle intenzioni. Il numero delle scuole di specializzazione, per esempio, sarà ridotto. Il numero dei professori sarà ridotto. Il numero degli studenti sarà ridotto. In genere i primi provvedimenti sono i tagli. Speriamo che i soldi risparmiati siano reinvestiti e non spariscano. L’aumento delle dimensioni dei centri di riferimento e delle risorse a disposizione potrebbe favorire non solo il “rientro dei cervelli” ma anche “l’attrazione” di scienziati stranieri. Sembra che anche i concorsi saranno effettuati con nuove regole. Uno di questi riguarderà un settore – nefrologia - che conosco bene (compresi candidati e commissari). Chissà che cominciando da questo concorso l’Italia non dimostri di voler cambiare davvero. Molti italiani all’estero lo sperano, per il bene del nostro paese e dei suoi giovani che meritano di più di ciò che oggi l’Italia può offrire loro. Grazie Pietro. (r63pr@mun.ca)

Anche il concorso si è fermato ad… Eboli

Ecco l’articolo di Gian Antonio Stella pubblicato dal Corriere della Sera del 6 gennaio 2010:

Venti anni e 6 sentenze ma il concorso resiste

Bastarono ventuno anni, dal 1206 al 1227, a Temujin, per costruire il più grande impero del mondo ed entrare nel mito come Gengis Khan. Non ne sono bastati venti, al ministero della Pubblica Istruzione e a quello dell’Università, i quali nel frattempo in certi periodi si sono uniti per poi separarsi e di nuovo riunirsi, per annullare un concorso già cancellato da varie sentenze della non meno lentissima magistratura.  Partiamo dall’inizio? Siamo nel 1990. Pino Rauti viene eletto segretario del Msi, la McDonald’s apre il primo punto ristoro nell’Urss, il presidente sudafricano Willem de Klerk scarcera Nelson Mandela, il festival di Sanremo è vinto dai Pooh con «Uomini soli», Achille Occhetto scioglie il Pci, il capo dello Stato Francesco Cossiga comincia a picconare, Saddam Hussein invade il Kuwait, il marito di Carolina di Monaco, Stefano Casiraghi, muore in incidente nautico. Insomma: tanto, tanto, tanto tempo fa. 

Mentre l’Italia si dispera per aver perso in casa i Mondiali di calcio, l’università indice un concorso nazionale per 35 posti di professore associato del raggruppamento disciplinare «economico estimativo» al quale partecipa, tra i tanti, Maria Giuseppina Eboli. Bocciata, la candidata fa ricorso e dopo un’attesa spropositata, nel 1999 e cioè nove anni dopo il concorso, il Tar le dà ragione: tutto da annullare. Il ministero ricorre in appello e, davanti al Consiglio di Stato, dopo un’altra attesa biblica che grida vendetta a Dio, perde di nuovo.  La sentenza, come ricorderà un ennesimo verdetto successivo che sarà emesso nel settembre 2009, non lascia dubbi: «Sono stati in particolare annullati l’atto di nomina della Commissione, per vizio di composizione della stessa (avendone fatto parte, in violazione dell’art. 44 del Dpr 382/80, un componente incompatibile per avere già partecipato ai lavori del concorso immediatamente precedente), e per invalidità derivata tutti gli atti da essa posti in essere, ivi compreso il giudizio di non idoneità reso nei confronti della ricorrente e quello formulato sui singoli candidati». 

Bene: cosa succederebbe in un Paese serio? Quel benedetto concorso, sepolto sotto quattro sentenze del Tar del Lazio, tutte favorevoli a Maria Giuseppina Eboli, e due del Consiglio di Stato, anche queste a favore della concorrente trombata, verrebbe annullato e rifatto. Qui no: a ogni sconfitta il ministero ricorre e perde, ricorre e perde, ricorre e perde.  Perché? Ovvio: ormai sono passati venti anni, come fai a spiegare ai professori promossi allora che devono rifare tutto da capo? Più tempo passa, più è impossibile rifare tutto.  Insomma, la povera dottoressa Eboli forse ha ragione ma per il quieto vivere è meglio lasciar le cose come stanno… E sempre lì si torna, alla tarantella: chi ha avuto ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato ha dato…  
Gian Antonio Stella